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Fabrizio De Castro (59 anni) Trieste

IL cortocircuito fra me e Dalida incominciò nell'autunno del 1967 – ero ai primi passi dell'adolescenza – con la canzona "Mama". Era l'anno terribile della vicenda Tenco, e senza dubbio l'intreccio fra la vicenda privata e l'immagine artistica raggiungeva uno dei momenti culminanti. Però in quel momento scoprivo in lei , con la forza di uni'lluminazione sconvolgente, un'icona diversa da quella di tutte le cantanti che affollavano la televisione di quell'epoca. Nessuna, al pari di lei, sapeva trasmettermi un messaggio così nudo e assoluto di sofferenza interiore, di struggimento esistenziale, in cui sembrava di intuire che l'artista e la donna fossero totalmente convergenti. Tutto l'entourage della canzone, soprattutto italiana, in voga in quegli anni, sembrava improvvisamente rivestire una patina fasulla ed inautentica, tanto nelle versioni più tradizionaliste quanto nelle voci più anticonformiste ... almeno a me sembrava così e, a quanto mi è dato oggi di leggere, non a me soltanto. Come sempre avviene quando scatta una empatia per un grande artista, attraverso la quale sembra incarnarsi per noi, e come se fosse rivolto a noi in maniera esclusiva, un messaggio di "verità", si possono chiamare in causa complessi giochi di proiezione fra il nostro percorso individuale e la voce di chi sembra fare cassa di risonanza alle nostre aspettative, alle nostre speranze, alle nostre inquietudini ... e certo l'immagine di donna amante ma soprattutto sorella, intimamente fragile ma anche perentoria (forza e debolezza che sembravano rinforzarsi a vicenda), capace di farsi teneramente confidente e comprensiva, ma anche secca e tranciante, di evocare profetiche speranze di vita ma anche di scoccare il dardo della depressione e della morte, tutto questo ed altro ancora ha reso per me Dalida , nelle sue interpretazioni, un'icona del femminile che oggi ancora è capace di emozionarmi e di farmi interrogare sul mio vissuto intrecciando un dialogo in qualche modo veramente "lontano nel tempo"... Ringrazio in particolare i curatori di questo sito, che ha avuto il pregio di riaccendermi la memoria dopo anni di apparente accantonamento, facendomi capire quanto l'immagine umana ed artistica di Dalida conservi oggi ancora per me la sua attualità inesausta, sia incorporata in qualche modo misterioso nei geni del mio atteggiamento verso il mondo (e quale, se non questo, è il sigillo dei "veri grandi", quello di parlare per sempre e in qualche modo di accompagnare il nostro cammino rinnovandosi assieme a noi?)

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